Adriano Facchini: le sagre, un mix di tradizione e business

Adriano Facchini: le sagre, un mix di tradizione e business

Sagra

Partiamo dai numeri che sono impressionanti: in Italia le sagre sono tra le 34 e le 35 mila. Le persone coinvolte sono dai due ai tre milioni. E i pasti confezionati – questo il dato più “pesante” – vanno dai 200 ai 300 milioni l’anno.

Parliamo di luoghi d’incontro, di feste dedicate a celebrare gli aspetti più disparati della vita di una comunità. Ecco, comunità è la parola chiave, su cui torneremo a lungo. Ma è dall’aspetto gastronomico che vogliamo partire, perché ogni sagra che si rispetti pone al centro della festa la condivisione attorno a un piatto.

«È vero, non può mancare l’elemento gastronomico. Ma sarò franco: quello gastronomico è solo un pretesto. Al centro del fenomeno della sagra, della sua fortuna e della possibilità che abbia successo vi è un fenomeno sociale. Vale a dire l’incontro e il coinvolgimento di un’intera comunità».

Adriano Facchini
Adriano Facchini

A parlare è Adriano Facchini, agronomo, esperto di marketing agroalimentare e territoriale, tra i pionieri che si sono occupati in Italia di questa realtà, in un territorio affascinante come il nostro in quanto ricchissimo di identità. Ed è sempre Adriano Facchini, che a lungo ha diretto i Consorzi Agrari di province importanti come Ferrara, Mantova e Brescia, che ha dato un contributo decisivo al mondo composito delle sagre, apportandovi una visione organizzativa e strategica, in cui la componente del volontariato gioca un ruolo fondamentale: «Tutto è nato nel 1997, allora le organizzazioni di volontariato coinvolte erano 160, oggi sono 500».

Mi sembra una provocazione, la sua, quando sostiene la marginalità dell’aspetto gastronomico visto il successo delle sagre in Italia che sono per lo più legate a frutti, ortaggi, pesci e carni, formaggi e a ogni genere di prodotti alimentari.

«Ma non è così. La sagra è un pretesto per stimolare la creatività. Io distinguo tra chi mangia in un sagra e chi ci lavora: per costoro l’elemento fondamentale è quello che aggrega e che non distingue affatto da un elemento per esempio come il censo. Io posso creare una sagra dedicata anche a un formaggio locale sconosciuto ma questa avrà successo se dietro ha una società che lo esprime. Si chiama localismo». 

Localismo è un concetto su cui lei torna spesso. Ci aiuti meglio a definirlo.

«La sagra è un pretesto per stare insieme. E il localismo è la capacità di coinvolgere in una piccola comunità tutte le componenti che la compongono».

Un altro ingrediente insostituibile del fenomeno sagra è il volontariato.

«Perché il senso di una sagra, penso ad esempio a quella dell’Ortica di Malalbergo (BO) (che abbiamo presentato anche a Expo) è di creare cultura attraverso un’occasione. Un pretesto appunto in cui vive una comunità, che sta insieme grazie a un collante particolare che è quello della solidarietà. Proprio una sagra come quella dell’Ortica ha raccolto 42 mila euro che poi ha devoluto in iniziative di solidarietà e che hanno avuto come destinatari le persone colpite dalla crisi o la manutenzione di edifici scolastici».

Che cos’è in sintesi una sagra?

«È innanzitutto una comunità reale. La sagra è un insieme di persone che esprime una welfare community: la comunità che dà aiuto. È un’idea di società viva perché è alimentata da valori profondi come la condivisione, la creazione e il confronto».

Quali saranno i prossimi appuntamenti in cartellone?

«La sagra è un organismo in movimento. Ce ne sono tantissime e di continuo in Italia. Ma segnalerei il 23, il 24 e il 25 aprile prossimi a Ferrara, Il salone nazionale delle sagre, l’unico evento in Italia che presenta insieme oltre cento sagre enogastronomiche».

E quali invece le sfide per chi si occupa di questo comparto?

«Una sinergia tra reale e virtuale. Cioè creare comunità reali che siano amplificate grazie alla spinta di internet».

Giovanni Caldara