Marc Augé: un etnologo al bistrot

Marc Augé: un etnologo al bistrot

bistrot

All’indomani dell’attacco a Parigi da parte dei terroristi islamisti dell’Isis, una guida gastronomica francese – Le Fooding – lanciava in rete su Twitter un hashtag divenuto ben presto virale: Tous au bistrot. Non concediamo all’esercito del terrore la nostra paura – questo era il messaggio – riversiamoci nelle strade, viviamo la nostra vita e dunque ‘Tutti al bistrot!’.

Un proposito che equivaleva a un grido di libertà. Che per noi cronisti del mondo gastronomico diveniva ancora più interessante perché questo messaggio di libertà veniva veicolato attraverso un’immagine particolare e niente affatto scontata: quella di una tipologia di ristorante, appunto il bistrot, assunto a contenitore di valori incredibilmente più grandi.

Marc Augé
Marc Augé

L’antropologo Marc Augé lo dice chiaramente: insieme alla Torre Eiffel o al Can Can (e noi potremmo aggiungere anche lo champagne), il bistrot rappresenta la quintessenza dell’arte di vivere francese. Un patrimonio minacciato, dunque da difendere e rilanciare. Riappropriarsi della gioia di vivere passa dal concedersi un bicchiere di vino o un pranzo veloce al bistrot.

E proprio il grande etnologo francese Marc Augé ci soccorre con un libro godibile e agile – Un etnologo al bistrot (Raffaello Cortina Editore) – che è apparso in Italia alla vigilia della mattanza parigina e che pertanto leggiamo insieme con grande interesse e commozione.

Il bistrot è un’invenzione francese, un ristorante senza troppe pretese, ma anche un caffè con incorporata magari una tabaccheria, dove mangiare qualcosa o sostare in ogni momento della giornata. Il suo centro di gravità è il bancone – meglio quando è di zinco, dove si accalcano gli avventori e dove l’attualità prende con facilità il sopravvento sul rispetto della privacy, il brusio aumenta tra discorsi eccitati, in certi casi tra scommesse sportive o il gioco del lotto.

Ora questi dettagli oggettivi cominciano pian piano ad assumere significati che caricano il bistrot di valori via via più pesanti: «Ciò che “fa” il bistrot – scrive Augé – è meno la funzione (caffè o ristorante) che non lo spazio o, più precisamente, lo spazio in movimento, e così pure il tempo o, più precisamente, l’uso del tempo quotidiano che, da mattina a sera, vanta una disponibilità assoluta».

L’essenza meravigliosa e contagiosa del bistrot è infatti proprio questa: nell’essere sempre disponibile nel tempo, dalla mattina alla sera, senza interruzioni, con una gestione flessibile delle ore morte. Secondo l’etnologo Il bistrot diventa: ‘il teatro della vita. Intorno al bancone, come nella vita, i ricordi sono pronti a fremere e mormorare, ma il presente s’impazientische e segna il futuro’.

Libro AugéLa letteratura, non a caso, ha un rapporto privilegiato con questo luogo: Hemingway, quando stava a Parigi, si rifugiava in inverno fin dal mattino a La Closerie perché lì stava al caldo. Maigret, «commissario sensibile al sapore di un grappino o di un calice di bianco, lascia che le inchieste procedano al ritmo delle sue consumazioni nei vari bistrot». E così Verlaine, Mallarmé, Rimbaud e tanti altri.

Ma il suo valore più alto si sprigiona soprattutto a contatto con la vita reale, quella di ogni giorno: «Quando – scrive Augé – diamo un appuntamento a qualcuno in un bistrot o domandiamo a un amico se ha tempo di bere un bicchiere nel bistrot lì di fronte o ancora quando decidiamo di andare a cena in un bistrot dei paraggi … [è allora che] l’uso di quella parola sembra quasi garantire di per sé il carattere fraterno, amabile, vivificante di una scappata in città, non troppo lontano da dove abitiamo o lavoriamo».

Giovanni Caldara