Marilena Colussi: chef, la professione più amata dai giovani

Marilena Colussi: chef, la professione più amata dai giovani

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Marilena Colussi

Generazione foodies. Sono figli dei baby boomers, rientrano in una fascia d’età che va dai 18 ai 35 anni. Studiano, girano il mondo, amano il cibo. Meglio, con il cibo e con la tradizione mediterranea hanno un rapporto privilegiato, perché questo tipo di alimentazione è buona e sana.

Da qui l’appellativo di foodies: un approccio critico, maturo e smart verso il cibo. A sottolineare questo aspetto è stato un recente studio condotto da Marilena Colussi, sociologa dell’alimentazione ed esperta di tendenze alimentari.

La dottoressa Colussi ha eseguito in collaborazione con l’Osservatorio Birra Moretti 2015 una ricerca su un campione di 602 persone, da cui emergono dati interessanti sui giovani 18-35. I numeri parlano chiaro: il 77% degli intervistati ha dichiarato di amare cucinare; il 44% vorrebbe diventare chef; il 27% quella di sommellier.

Ed ancora: secondo l’86% del campione intervistato «il cibo è uno specchio del proprio modo di essere»; l’84% ama i prodotti regionali; il 75% i piatti della propria area geografica.

Chef giovani ICIFDottoressa Colussi come si spiegano questi dati? Innanzitutto perché la professione di chef è salita al top delle preferenze?

«Ogni decennio ha la sua professione più amata. Chi non ricorda gli anni Ottanta quando la maggioranza dei ragazzi voleva un futuro in borsa e finanza? C’è stata poi l’epoca del design e via dicendo. La passione per la cucina e per la professione di chef nasce dalla riscoperta da parte dei giovani per quest’arte. Questi ragazzi studiano, sono curiosi dal punto di vista culturale e, sotto questo punto di vista, il cibo è parte di una cultura da conoscere e approfondire. La professione di chef è, quindi, in grado di coniugare artigianalità e tradizione culturale. Per questo riceve molti consensi».

Il proliferare di trasmissioni tv sulla cucina sta alla base di questo exploit?

«Senza dubbio i media hanno la loro influenza. I programmi tv ad ogni ora del giorno hanno consentito a un’ampia fetta di pubblico di avvicinarsi a questo tema. Personalmente non sono contraria al fenomeno: è un aspetto normale e positivo se aiuta a sensibilizzare il maggior numero di persone su tavola, sapori, educazione alimentare».

Eppure questi ragazzi dai 18 ai 35 anni sono cresciuti con il fast food: questi risultati non esprimono una contraddizione?

«Bisogna stare attenti a non generalizzare. In Italia il fast food è esploso negli anni Ottanta: per i ragazzi di allora era la novità, in antitesi con l’alimentazione. I foodies di oggi, che rientrano nel campione 18-35 anni da me analizzato, non vivono più questa dicotomia, sono più aperti culturalmente e meno schiavi delle mode. Mi lasci, poi, riguardo a questo argomento sottolineare un altro aspetto…». 

Chef giovani ICIFQuale?

«L’importanza dei nonni. Le nuove generazioni sono spesso stati allevati dai nonni che hanno trasmesso loro la curiosità e l’amore per i piatti delle tradizioni locali. Nonni e nonne hanno svolto, e continuano a svolgere, un ruolo fondamentali di mediatori culturali per quanto riguarda le abitudini alimentari».

Generazione foodies, dunque. Ci sono differenze tra nord e sud?

«C’è un leggera sensibilità riguardo questo tema maggiormente al nord, ma posso comunque affermare che questo fenomeno è spalmato in tutto il Paese. Questo rappresenta un dato positivo». 

Un’ultima domanda. Lo chef è il mestiere più ambito: com’è l’offerta formativa in questo campo?

«Direi buona. In Italia ci sono scuole e istituti molto validi. Si può, naturalmente, fare di più. C’è una forte richiesta di corsi, aggiornamenti workshop che interessa non solo i giovani, ma anche gli adulti. In questo caso, capita che l’offerta sia carente. Bisognerebbe potenziare questo settore,».

Marilena Colussi

Giorgio Trichilo