Tilman: la dieta mediterranea salverà il pianeta

Tilman: la dieta mediterranea salverà il pianeta

G. David Tilman

Lo stile alimentare occidentale ha effetti negativi sulla salute, ma anche sull’ambiente. Per questo sarebbe meglio se tutti mangiassero all’italiana. Parola del più importante ecologo al mondo: G. David Tilman.

Un suo articolo sulla rivista Nature ha causato forti reazioni nel mondo scientifico. Che cosa dicevano Ie sue ricerche?

«Io e il mio coautore Michael Clark abbiamo esaminato I’impatto delle diete di molte popolazioni sulla salute umana e su quella degli ecosistemi. Abbiamo cercato di chiarire il legame tra diete, salute e ambiente. E siamo riusciti a dimostrare che la dieta occidentale è particolarmente negativa per gli ambienti naturali: Ie attività agricole emettono iI 25% dei gas serra, inquinano le acque con i prodotti chimici, e usano per coltivare e allevare animali circa il 50% di tutto il terreno del pianeta libero dai ghiacci. In questi ultimi anni, inoltre, abbiamo avuto quella che i nutrizionisti chiamano “la grande transizione alimentare”, cioè  lo spostamento delle diete mondiali. Da una nutrizione vegetariana con pochissima carne si è passati a una dieta più ricca di carne e di calorie “vuote” (cioè non associate a vitamine, minerali o altre sostanze importanti)».

Ma, allora, come dovremmo mangiare, secondo lei?

«Voi italiani? Dovreste continuare cosi».

Che cosa intende dire?

«Noi abbiamo studiato I’impatto sulla salute e l’ambiente di tre diete “alternative”, quella vegetariana, quella pescetariana e quella mediterranea, ancora molto diffusa da voi in Italia. Tutte e tre hanno un effetto positivo sulla salute. Nelle società studiate che usano per esempio una delle tre diete c’è una diminuzione del diabete di tipo II, dei tumori e del tasso di mortalità dovuto a malattie coronariche».

Questo per la salute. E per I’ambiente?

«Anche per l’ambiente I’effetto è positivo, perché Ie diete salutari non hanno bisogno della stessa superficie di quella onnivora, che necessiterebbe in futuro da 370 a 740 milioni di ettari in più per allevare iI bestiame. Con le altre diete i terreni agricoli non avrebbero un’espansione e quindi anche la biodiversità non dimuirebbe. Con una dieta mediterranea le emissioni di gas serra infine sarebbero di poco inferiori a quelle del 2009, e per le altre due ci sarebbe persino un “assorbimento”».

Che succederebbe se anche noi italiani abbandonassimo la dieta mediterranea?

«Se tutti gli abitanti della Terra diventassero onnivori, nel 2050 avremmo un aumento del 32% dei gas serra rispetto al 2009. Teniamo conto che moltiplicare gli allevamenti per soddisfare il consumo di carne ha portato alla deforestazione per creare pascoli e all’aumento delle emissioni di gas serra da parte degli allevamenti.  Produrre la carne di ruminanti (come pecore o mucche) emette 250 voIte più gas serra rispetto alla produzione di legumi. Uova, latte e pesce hanno emissioni inferiori a quelle della carne. La deforestazione poi causa una diminuzione degli ambienti naturali e quindi del numero di specie animali e vegetali, la biodiversità: un processo che provoca instabilità degli ecosistemi. Per quanto riguarda I’uomo, invece, le conseguenze si traducono in malattie non infettive, come diabete di tipo II, malattie cardiovascolari e obesità».

Sarà difficile convincere tutti gli abitanti della Terra a mangiare “all’italiana”. In che modo, allora, potremmo evitare che la dieta umana danneggi I’ambiente?

«Forse si potrebbe prevenire la transizione alimentare, per esempio facendo in modo che anche con I’industrializzazione e lo spostamento verso le città, le persone non si abituino a mangiare solo cibo spazzatura. Voi italiani, insisto, siete molto fortunati, perché la dieta mediterranea, fatta di frutta e verdura, pesce, olio di oliva e come spuntini (se volete) frutta secca, aggiunge circa dieci anni alla vita».

David Tilman
Statunitense, classe 1949, è un ecologista di fama mondiale. Oggi è Regents Professor all’Università del Minnesota (St. Paul) ed è tra gli eletti alla National Academy of Sciences dal 2002

Marco Ferrari
Articolo pubblicato su Focus, gennaio 2015