Claudio Di Flaviano. Il caffè: il mio lavoro, la mia passione

Claudio Di Flaviano. Il caffè: il mio lavoro, la mia passione

Raccolta del Caffè

Negli anni Sessanta emigra in Venezuela e diventa imprenditore di caffè. L’Italia, però, gli rimane nel cuore: a sessantadue anni, nel 2011, si rimette in gioco, torna al di qua dell’Atlantico e fonda DolceNero: caffè venezuelano, talento italiano.

«Era il 1965, avevo 16 anni, ma ricordo come se fosse oggi: la nave in partenza dal porto di Napoli alla volta del Venezuela, dove mio padre Guido, emigrato tempo prima,  aspettava me e il resto della mia famiglia. Avevo il groppo in gola, ma sapevo che laggiù avevo un futuro da costruire, una bella sfida».

In Venezuela, la sfida del futuro per il giovane Claudio Di Flaviano ha il gusto del coraggio, della tenacia, del sacrificio, del desiderio di non mollare mai. Ma, soprattutto, ha un gusto unico e distintivo: quello del caffè.

Oggi, Di Flaviano vive una seconda giovinezza professionale. Il merito è della sua voglia di mettersi sempre il gioco: qualche anno fa, poco dopo aver soffiato sessanta candeline, Claudio torna in Italia e fonda in provincia di Brescia, l’azienda Alimentos che produce il marchio DolceNero: caffè proveniente dal Venezuela. Un esempio di  filosofia e produzione artigianale, un’altra eccellenza del made in Italy alla conquista del mercato internazionale.

Claudio Di Flaviano
Claudio Di Flaviano, Ceo Alimentos

Quando il caffè è entrato nella sua vita?

«È entrato per caso all’inizio degli anni Ottanta, nella regione di Portuguesa, dove vivevo. È una zona in cui accanto al grano, il mais, la canna da zucchero si coltiva il caffè. Qui incontrai un tecnico agronomo, giunto in Venezuela dalle Filippine all’indomani della caduta del dittatore Marcos. Nel sudest asiatico aveva lavorato in piantagioni di caffè e maturato una grande esperienza. A Portuguesa per motivi di salute non poteva più curare la sua tenuta, mi propose di comprarla e io accettai: i miei primi venticinque ettari di coltivazione di caffè. La storia è iniziata così».

Come è continuata?

«Nella mia prima tenuta coltivavo tipologie di caffè molto pregiato come il Borbou, il Mundo Nuevo, il Criollo. Sentivo l’esigenza di saperne un po’ di più, allora ho frequentato corsi non solo in Venezuela, ma anche in Colombia, Brasile, Nicaragua e Costarica. In seguito acquistai altri appezzamenti fino a una superficie di settantacinque ettari. Comprai anche i primi macchinari per la torrefazione: nacque il Caffè della Nonna, il mio marchio di caffè. Dopo molti anni è molto apprezzato in Venezuela e in altri Paesi del sud America».

La storia prosegue in Italia, perché?

«Amo la mia professione, per questo nel 2011, a sessantadue anni, sono tornato in Italia e fondato un’azienda e lanciato sul mercato DolceNero, il marchio di caffè che esprime oltre trent’anni di esperienza maturata a contatto con le piantagioni. L’azienda produce caffè proveniente dal Venezuela, a curare le miscele DolceNero è mia figlia Claudia. Devo ammettere che sto vivendo una seconda giovinezza dal punto di vista imprenditoriale».

Dalla tua prospettiva come è la situazione del mercato del caffè? Anche nel settore si risente della crisi?

«No, il nostro settore è in controtendenza. I prezzi delle miscele sono determinati dalle borse, a seconda delle tipologie: quella di Londra per la Robusta, quella di New York per l’Arabica. Il mercato è vivace.  Nuovi Paesi si affacciano sul mercato, è il caso dell’India e della Cina, oppure dell’Iran o Turchia, dove siamo presenti anche noi di DolceNero. Per il made in Italy sono aperte molte opportunità, perché il caffè italiano è unico».

Veniamo al punto: perché l’espresso italiano si distingue da altri caffè?

«Per una serie di aspetti. L’Italia è l’unico posto dove si miscelano più tipologie di caffè: questo significa una maggiore ricchezza di aroma che si bilanciano e mescolano per il piacere del palato. In secondo luogo Importante è la tostatura: qui da noi, molte aziende come la nostra la effettuano ancora in modo artigianale, rispettando tutte le proprietà organolettiche del grano di caffè a differenza della tostatura industriale. Quest’ultima dipende da sistemi computerizzati, che garantiscono una buona resa, ma non il rispetto totale del grano nella sua specificità. Importante è anche la conservazione nel sacchetto:  grazie all’impiego di azoto, gas inerte, è possibile garantire una migliore conservazione del caffè stoccato sia in grani che macinato. Per finire, un buon espresso dipende anche dalla macchina con cui è preparato: anche in questo caso la tecnologia e il know how italiani non hanno rivali e fanno scuola nel mondo».

Il buon caffè vive la concorrenza di quello di qualità inferiore: come orientarsi?

«La provenienza gioca ancora un ruolo importante. Il  centro e il sud America rimangono la patria di elezione. In particolare, vorrei sottolineare una particolarità del caffè venezuelano: l’aroma di cacao, dalla personalità delicata, ma sostenuta che conquista lentamente il palato».

Abbiamo parlato di qualità, piacere: ma c’è un trucco per gustare in pieno una tazzina di caffè?

«Non c’è un segreto vero e proprio. Bisogna, tuttavia, tenere presente un aspetto: in un chicco vi sono migliaia di aromi e la degustazione deve compenetrarli tutti. Occorre, quindi, sorseggiare il caffè nel modo più naturale possibile. Personalmente io lo bevo senza zucchero per non perdermi niente».

DolceNero

Giorgio Trichilo